Veronese Marco

Marco Veronese, biellese di nascita e residente a Istanbul nella quale si immerge come fosse una fonte di ispirazione, è un digital artist la cui opera è incentrata sulla consapevolezza spirituale dell’umanità. Ed è attraverso una simbologia riconoscibile che esprime questi concetti realizzando quadri,sculture e progettando performance e video installazioni. Il simbolo permea dunque ogni parte dei suoi quadri a partire dalla scomposizione tridimensionale della foto e dai pannelli che costituiscono la base. I differenti spessori che li compongono rappresentano la frattura, il movimento atto a scatenare i cambiamenti necessari, il terremoto che ridisegna ogni cosa. Il silicone usato a punti intorno ai soggetti dei quadri è la rappresentazione della forza vitale che tutto collega e senza la quale nulla può esistere.I ritratti femminili, sempre di epoca Rinascimentale, sono la nostra memoria storica ma soprattutto la genesi, quindi nascita e rinascita in un continuo susseguirsi. Le donne sono le custodi vere del segreto della vita e dell’energia del mondo. La farfalla oltre ad essere simbolo di bellezza e fragilità è simbolo di cambiamento e metamorfosi, per molte culture antiche era il simbolo della spiritualità,e nell’arte Rinascimentale era, con la libellula, il simbolo dell’ascensione di Cristo, quindi l’anima. Il teschio infine, che per molti è simbolo di morte, viene utilizzato da Marco Veronese come simbolo della trasformazione e dell’uguaglianza. Infatti non ha colore di pelle, non ha religione, non ha status.

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Tozzi Mario

Mario Tozzi
Mario Tozzi nasce a Fossombrone il 1895, trascorsa l’infanzia a Suna sul lago Maggiore,abbandona gli studi scientifici per la pittura, formandosi dal 1913 ai corsi di Majani e Terzi presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, accanto a Morandi, Licini e Pozzati. Compone figure e paesaggi in ambito naturalista. Nel 1915 conquista il premio del Ministero dell’Istruzione Pubblica. Partecipa alla prima guerra mondiale. Nel 1919 sposa Marie Thérèse Lemaire e nel 1920 si stabilisce a Parigi riannodando il sodalizio con Licini ed entrando in contatto con gli artisti dell’avanguardia italiana nella capitale francese. Attorno al ‘20 si situa una serie di vedute parigine. Tozzi rimane legato alla cultura italiana scrivendo per“La fiera letteraria”.Espone regolarmente al Salon d’Automne, al Salon des Indépendants e alle Tuileries. Dipinge intensamente col gusto di una “divina proporzione”mai archeologizzante e sempre attenta ai dati sensibili, nell’ambito di un realismo dapprima quasi fotografico,poi più sintetico. Nel 1925 si associa al gruppo milanese di Novecento col quale espone alla Galleria Scopinich e alla Galleria Pesaro. Nel 1926,avvocando con chiarezza per sé e per i colleghi connazionali l’identità italiana come una bandiera, con gli “Italiens de Paris” Campigli, Severini, de Chirico,De Pisis e Savinio fonda il“Groupe des Sept”.Nell’ambito di“Novecento”,Tozzi si lega in particolare a Salietti. Espone alla Prima mostra di Novecento alla Permanente di Milano, porta due opere alla mostra del gruppo alla Biennale di Venezia e si fa promotore della conoscenza e dell’attività espositiva di “Novecento” a Parigi e all’estero: dal 1928 al 1933 si susseguono varie mostre dal titolo “Italiens de Paris”. Attorno al gruppo gravitano Giacometti,il musicista Casella,Ungaretti e Comisso. Nel 1927 espone con Novecento ad Amsterdam;nel 1928 espone alla rassegna “Les artistes italiens de Paris” al ‘Salon de l’escalier’ e si afferma all’Esposizione di Darmstadt “Der schöne Mensch”. Nello stesso anno espone alla Biennale di Venezia e vi presenta Chagall, Marcoussis, Foujita nella rassegna “L’Ecole de Paris”. Nel 1929 espone alla Seconda mostra di Novecento alla Permanente di Milano ed allestisce alla galleria Georges Bernheim di Parigi una personale che incontra l’attenzione di Picasso. Nella capitale francese Tozzi s’afferma come una delle personalità artistiche più in vista. Le sue opere entrano nei maggiori collezioni museali francesi e straniere. Dagli ultimi anni Venti,nella pittura di Tozzi si evidenziano due novità:moltiplicazione degli spazi, sovente inseriti uno nell’altro con effetti di irrealtà, e maggior plasticità delle figure. La tecnica offre una materia granulosa che suggerisce la tridimensione. Tozzi cita l’iconologia dell’antichità classica con effetto illusionistico da bassorilievo. Le figure sono immobili,ieratiche,statuarie:geometrizzate le fisionomie dei volti ovoidali e dei torsi cilindrici. Sussistono ampi riferimenti alla metafisica nella rarefazione delle atmosfere, nell’aura di sospensione nelle quali la composizione si contempla tra quinte architettoniche de chirichiane, nelle citazioni del repertorio iconografico, nella Finzione del quadro nel quadro. Tozzi stesso contribuisce a livello teorico alla definizione dell’arte di Novecento con scritti su ‘Presse’ e su ‘Cahiers d’art’.Alla metà degli anni ‘30 una malattia ne interrompe l’attività pittorica. L’artista, nel momento del successo, è costretto a ritirarsi in Italia, a Suna. Nonostante ciò, Tozzi  collabora all’apparato decorativo del Palazzo di Giustizia di Milano con l’affresco“Adamo e Eva dopo il peccato”,opera in seguito rinnegata. La Biennale di Venezia gli accoglie tredici opere nel 1938, due nel 1942; nel dopoguerra, due nel 1948 e una nel 1950. Dopo brevi soggiorni in Francia si stabilisce di nuovo a Parigi nel 1974 dove morirà nel 1978
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Sughi Alberto

Alberto Sughi nasce nel 1928 a Cesena. È stato uno dei grandi maestri del panorama artistico del‘900 italiano.Pittore autodidatta, favorito dalla presenza in famiglia di uno zio artista e di una madre che ha sempre stimolato la sua passione per l’arte, esordisce all’inizio degli anni ‘50 scegliendo, nell’ambito del dibattito tra“Astrattismo”e“Figurativismo”,la via del“Realismo”,e venendo definito in seguito pittore del“Realismo Esistenziale”.I suoi dipinti ritraggono come fotogrammi di un film la vita sociale in cui ogni giorno ci troviamo immersi. Lontano da ogni intento politico, mette in scena particolari della vita privata, senza eroi, ricercando l’identità individuale, che appare cristallizzata, assorta nei propri pensieri all’interno di un bar o nell’intimità di una camera da letto. Così scrive Pietro Rosini: “Sughi configura un’idea classica dell’immagine sospesa tra una visione quasi metafisica ed una melanconica freddezza intellettuale, temperate da un sapiente dominio del colore e dall’ armonia con la quale lo dispensa. Un Maestro che con estrema semplicità ha dato vita a una pittura di forme statiche nello spazio di una tradizione italiana che non si è mai spenta. Nelle opere recenti di questo grande Artista, le figure al bar, appaiono come degli interlocutori in un dibattito sulle ragioni dell’esistere”.Esordisce al pubblico nel 1946 in una collettiva tenutasi nella sua città di origine,per poi trasferirsi per un breve periodo a Torino dove lavora come illustratore per la Gazzetta del Popolo.Nel 1948 alla Biennale di Venezia viene folgorato da una natura morta di Fougeron,ciò che lo colpisce è l’abilità dell’artista nel guardare in faccia la realtà, lui stesso racconta: “cominciammo a dipingere nature morte piene di violenza: gli oggetti più umili erano costruiti e fissati con taglienti inquadrature. Era già un passo;quegli oggetti erano ben gli stessi della realtà quotidiana, caricati poi di una passione che li sopravanzava. Intanto si cominciava a parlare di“Neorealismo” e di contenuti sociali“.Nello stesso anno giunge a Roma dove conosce diversi artisti come Marcello Muccini e Renzo Vespignani, membri del gruppo “Pontaccio”, che influenzeranno in modo significativo il suo lavoro artistico. “Cominciai a pensare ad una pittura dove l’uomo fosse reso nella sua vera misura. Ricordavo i contadini del mio paese e li vedevo sullo sfondo delle campagne o dei portici delle città romagnole. L’uomo nel suo paesaggio fu il nuovo appassionante tema della mia ricerca”.Nel 1951 torna a Cesena, attuando fino al 1956 il passaggio da un “realismo sociale”a quello “esistenziale”. La sua ricerca pittorica può essere suddivisa in cicli tematici, dal 1971 al 1973, con Pitture Verdi, dedicate al rapporto fra uomo e natura, dal 1975 al 1976,il ciclo La cena, all’inizio degli anni’80 la serie di Immaginazione e memoria della famiglia,dal 1985 la serie La sera o della riflessione, mentre l’ultima serie di grandi dipinti, esposta nel 2000, è intitolata Notturno. Si spegne a Bologna nel 2012
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Toccafondo Gianluigi

Gianluigi Toccafondo

Nato da padre ceramista, Gianluigi Toccafondo nasce a San Marino nel 1965. Dall’inizio degli anni ’80 si iscrive e frequenta l’Istituto d’Arte di Urbino dove si diploma nel 1985. Due anni più tardi si trasferisce a Milano e inizia una collaborazione con la Mixfilm. Nel 1989 realizza il suo primo cortometraggio,premiato al Festival di Lucca dell’anno seguente. In seguito è regista insieme a Simona Mulazzani del corto La Pistache riceve una menzione speciale al Annecycinéma italiene un premio al Festival di Treviso. Invece, il suo seguente corto,La Pista del maiale, autoprodotto, riceve una menzione speciale al Festival di Clermont-Ferrand nel 1994. È regista anche de Le Criminel(in italiano Il Criminale) prodotto per la francese Le Step e presentato nel 1993 alla 50ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e anche finalista al Cartoon d’or. Ha realizzato anche diverse sigle di programmi televisivi come per Tunnel, per Carosello nel 1997,Almanacco delle profezie e anche per la 56ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia; inoltre è stato creatore di spot pubblicitari come quello per la Sambuca Molinari, Avanzi e anche per l’azienda Fandango.Ha poi diretto anche i cortometraggi La piccola Russia nel 2004, con cui ha vinto vari premi e candidature anche a livello internazionale e Essere morti o essere vivi è la stessa cosa nel 2000. Nel 1999 ha pubblicato solamente in Giappone un volume su Pinocchio, inedito in Italia fino al 2011 e recensito da la Repubblica. Nel 2008 gli viene dedicato un capitolo in un libro di Sabrina Perucca, pubblicato dalla Bulzoni editore. Ha scritto un libro nel 2012 per la Franco Cosimo Panini Editore intitolato Il nuotatore. È stato anche aiuto-regista per il film Gomorra di Matteo Garrone Come illustratore, ha lavorato per Einaudi,Feltrinelli,Mondadori,Fandango e altre case editrici; inoltre ha collaborato con riviste come Linea d’ombra,Lo Straniero e Abitare. Ha anche svolto alcune mostre a Parigi,Tokyo e in Italia.

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Spinosi Graziano

Graziano Spinosi

Graziano Spinosi nasce nel 1958 a Bologna.La sua ricerca si è sempre caratterizzata per l’impiego dei più svariati materiali.Dal 1994 insegna Ricerca Artistica Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna.La lingua di Spinosi è una lingua semplice, distinta nella sua formulazione in cui dispiega a volte il suo filo che può divenire spinato, di raffia, di rame o cemento armato.Attualmente si divide tra Londra e Santarcangelo di Romagna.

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Serra Paolo

Paolo Serra nasce a Morciano di Romagna nel 1946, ma la sua formazione artistica avviene in Inghilterra, dove si trasferisce giovanissimo. Dopo il grande successo della sua prima mostra personale nel 1962, alla Century Gallery di Northampton, tiene personali in diverse città europee tra cui Londra e Amsterdam. A Parigi partecipa al Le Salon Réalités Nouvelles, come sarà presente nel padiglione inglese alla XII Biennale di San Paolo del Brasile. Negli ultimi anni partecipa, inoltre, alle prestigiose fiere d’arte europee, come la Fiac a Parigi, Art Cologne e Art Basel che lo vede presente in quasi tutte le edizioni degli anni Novanta. Le sue opere sono state acquisite da importanti musei, istituti di credito e fondazioni in tutto il mondo.Oggi, l’artista vive e lavora a Castelleale di San Clemente, in provincia di Rimini.

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Rosai Ottone

Ottone Rosai si forma all’Istituto fiorentino d’arti decorative di piazza S.Croce poi ai corsi dell’Accademia di belle arti tra 1908 e 1912. Nel 1911 presenta acqueforti a Pistoia, nel 1913 dipinti a Firenze. All’esposizione futurista promossa da ‘Lacerba’ da Gonnelli a Firenze, tramite Papini conosce Marinetti, Palazzeschi, Boccioni, Carrà, Severini,Tavolato,Soffici e accosta la pittura espressa dal gruppo. Nel‘14 realizza la sua prima opera futurista ‘Dinamismo bar San Marco’ e partecipa alla mostra futurista romana da Sprovieri, collabora a ‘Lacerba’ con scritti e disegni, frequenta assiduamente Soffici cui deve la conoscenza del cubofuturismo e delle esperienze artistiche francesi. Il futurismo di Rosai si attiene alla scomposizione plastica piuttosto che alla concezione del dinamismo boccioniano. Le forme ben impostate si svilupperanno in senso volumetrico nella successiva figurazione fino al 1923. Rosai si dedica al recupero di valori primari evocativi d’intensità liricità, quali la spazialità sintetica e un solido impianto primitiveggiante alla Carrà. È tra gli interventisti e va a combattere al fronte dove è ferito. Rientra a Firenze alla fine del 1919 congedato con medaglie.Riprende la ricerca pittorica e supera il Futurismo puntando sulla rilettura del Trecento e Quattrocento fiorentino e assisiate; aderisce alle tesi d’attenzione alla natura propugnate in Toscana da Soffici, premessa del ritorno all’ordine. Dal 1919-20, con suggestioni metafisiche e cubiste,lavora a soggetti popolari fiorentini: giocatori di toppa, uomini nelle osterie e nei caffè,suonatori ambulanti e derelitti in drammatica solitudine. Presi dal vero,i soggetti di Rosai superano la dimensione aneddotica e da ‘Strapaese’, grazie a una costante attenzione alla lezione “cézanniana”, a una costruzione robusta, al deciso chiaroscuro e ad inquiete accentuazioni espressionistiche. Figura umana e luoghi reali sono sublimati pur materializzandosi in una scansione architettonica più metafisica che novecentista. Tipici sono il taglio obliquo dell’inquadratura,l’incidenza delle lame di luce, un colore denso, asciutto, piatto. Alla prima personale fiorentina a Palazzo Capponi nel 1920, presentata da Soffici, ove compaiono per la prima volta gli ‘omini’, fa seguire una sequenza di dipinti di rilettura del paesaggio toscano. Tra 1926  ‘29 scrive su ‘Il selvaggio’,il foglio di fronda di Maccari. Nel 1928 presenta alla Biennale di Venezia l’ampia composizione sui ‘Giocatori di toppa’. Nel 1929 prende parte alla seconda mostra di Novecento e inizia a collaborare con‘Il Bargello’. Nel 1930 Edoardo Persico ordina una sua personale milanese alla Galleria del Milione. Nel 1933 Alberto Savinio presenta una nuova personale di Rosai alla Galleria delle Tre Arti. Nel 1931 si stacca dall’ambiente di Soffici e Carrà pubblicando il libello ‘La ditta Soffici, Papini & Compagni’. Sostiene la sua attività pittorica la riviste fiorentina‘L’Universale’. Mostra antologia a Firenze in Palazzo Ferroni nel 1932 e ampia presenza alla Biennale di Venezia.Trasferisce lo studio in via San Leonardo. Pubblica i libri ‘Via Toscanella’ e ‘Dentro la guerra’. Espone alla Biennale del ‘34, alla II Quadriennale romana nel ‘35, alle Biennali del ‘36 e ‘38 e in capitali estere. È nominato per chiara fama professore di figura al Liceo artistico di Firenze e dal ‘42 titolare della cattedra di Pittura all’Accademia. La sua pittura cerca toni più chiari, vibrazione impressioniste e propone la reinterpretazione di paesaggi, voltidipersoneamicheeunasequenzadiautoritratti.Allestisceunasalapersonalepresentatada A.Parronchi alla XXVI Biennale di Venezia nel 1952 e un’ampia antologica al Centro Culturale Olivettinel1957mamuorenellanotteprecedenteall’inaugurazione.OperedeiRosaisonocon-servatenellemaggioricollezionimuseali.L’artistaèpresenteatuttelegrandirassegnededicate alla pittura italiana della prima metà del secolo.A Pier Carlo Santini si devono i più importanti studi e mostre sul pittore tra 1960 e anni Ottanta.
Bibliografia:P.C.Santini(a cura di), Ottone Rosai, opere dal 1911 al 1957, catalogo della mostra,Torino-Roma 1983.
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Rezzi Ilaria

Ilaria Rezzi

Ilaria Rezzi nasce a Roma il 1° Agosto 1978. Dopo il diploma di maturità all’Istituto per la Cinematografia e la Televisione “R.Rossellini” di Roma, segue per quattro anni l’insegnamento del maestro Mauro Maugliani che la inizia all’arte del disegno, della pittura e della decorazione. Nel 1999 si iscrive all’ Accademia di Belle Arti di Roma dove studia e lavora con Gianpaolo Berto, Nato Frascà e Sandro Trotti. Consegue brillantemente il diploma di laurea nel 2004 con una tesi dal titolo: “Alla maniera di Callot” riguardante il simbiotico rapporto tra la pittura e il viaggio, tema che continua ad affrontare attualmente nel suo lavoro e percorso pittorico e che riporta giornalmente nei suoi collages dove le figure che sceglie di rappresentare, sono costituite dall’ accostamento di immagini complete che, assemblate con attenti criteri formali e cromatici, raccontano il soggetto come una pittura impressionista, una pittura “di viaggio”. Dipinge e lavora tra Roma e Ravenna. Di lei hanno scritto:Berenice, Roberta Reali, Stefania Missio, Nato Frascà, Sergio Garbato, Sandro Trotti,Gianpaolo Berto.

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Ronda Omar

Omar Ronda, nasce in provincia di Biella, a Portula, nel 1947.Dopo una prima esperienza come gallerista nella sua città d’origine, esperienza che gli permette di entrare in contatto con importanti artisti di fama internazionale, nel 1973 vola a New York, città nella quale decidere di trascorrere un intero anno. Nella Grande Mela l’artista ha modo di conoscere i maggiori rappresentati del mondo artistico del tempo: dalla celebre coppia di galleristi Leo Castelli e Ileana Sonnabend, agli artisti di fama mondiale Rauschenberg, Warhol, Lichtensteine Basquiat, solo per citarne alcuni. Grazie all’amicizia con Leo Castelli e Gian Enzo Sperone–conosciuto in precedenza a Torino–comincia ad allestire mostre di grande risonanza internazionale per l’importanza e l’influenza degli artisti partecipanti.Benché all’apice del successo, agli inizi degli anni Novanta, Ronda decide di mettere fine alla propria esperienza come gallerista, per dedicarsi interamente alla progettazione artistica vera e propria, passione che coltiva fin da ragazzo. Così, nel 1993 è fra i fondatori, nonché teorico, del gruppo biellese “Cracking art” insieme a Renzo Nucara, Marco Veronese, Alex Angi e Carlo Rizzetti. Dal verbo inglese to crack che letteralmente significa incrinare, la “Cracking art” si pone, secondo i suoi aderenti, come movimento artistico di frattura con la tradizione passata, di quest’ultima prefiggendosi, come ambizioso obbiettivo, un radicale rinnovamento attraverso l’utilizzo di un nuovo e dirompente linguaggio, specchio della contemporaneità.Da qui l’impiego della plastica, materiale povero e quanto mai ordinario, ma, che, proprio a causa del suo utilizzo diffuso e consueto, si ritrova in tutto ciò di cui ci serviamo nella quotidianità. L’uso di materie plastiche–derivate dal petrolio, “(…) in precedenza natura, ovvero la sintesi organica della vita terrestre”–che riciclate, assumono la forma di riproduzioni di animali–installati in luoghi pubblici quali strade, piazze o centri commerciali–diviene anche metafora del grande impegno sociale e ambientale del gruppo. In questo modo, all’evidenza la dialettica fra la materia sintetica–la plastica–e quella organica–la Natura-. E proprio sulla dicotomia fra questi due concetti si basa la concezione teorica del movimento.“Come in una febbrile ricerca alchemica”, dalle prime opere create attraverso l’assemblaggio mediante colla su tela di riproduzioni di piante o animali in plastica, l’artista biellese giunge nel 1991 a realizzare le prime opere con polimeri termoplastici trasparenti: i FROZEN. Questi-evocando“(…) le pozzanghere congelate: proprio quelle pozzanghere che mi avevano tanto affascinato e che avevano popolato i miei sogni di bambino”, riferisce l’artista–sono il prodotto della sintesi chimica operata dalle alte temperature a partire da reagenti artificiali. Il risultato:oggetti naturali quali sassi, conchiglie e pesci paiono ibernati insieme ai volti delle grandi icone del mondo dello spettacolo del XX secolo.L’attenzione per l’ambiente e le delicate,nonché di sempre più urgente attualità, problematiche ecologiche, costituiscono il nucleo filosofico anche dell’ attuale progetto di Omar Ronda: SUPERNATURA. In questi anni il suo lavoro è stato teorizzato da critici e storici di rilievo fra i quali Tommaso Trini,Luca Beatrice, Harald Szeemann, Piero Adorno, Philippe Daverio.

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Pulini Massimo

Massimo Pulini è nato a Cesena il 15 agosto 1958, vive e lavora tra Montiano e Bologna.Dopo aver insegnato in varie accademie italiane, attualmente è docente di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna.La sua prima attività in campo artistico si svolge in qualità di pittore, come tale ha esposto, a partire dal 1976, in importanti gallerie private e pubbliche, sia italiane che internazionali.Ha partecipato, all’inizio degli anni Ottanta, a fondamentali mostre curate dai critici Maurizio Calvesi, Italo Tomassoni e Italo Mussa. Successivamente ha affrontato un lungo tragitto di ricerca individuale, sempre in dialogo con la Storia della Pittura e con la memoria, che lo ha portato ad allestire vaste personali in Musei italiani, francesi e inglesi, come l’esposizione tenuta a Villa Adriana di Tivoli (1997) e le antologiche della Saline Royale di Besançon (1997), della Galleria Nazionale di Parma (1999) e all’Istituto Italiano di Cultura a Londra (2006).Nel 2000 viene invitato, ad allestire una sua composizione di opere pittoriche, all’importante rassegna retrospettiva sul ‘Novecento : Arte e Storia in Italia’, allestita presso le Scuderie Papali del Quirinale con la cura di Maurizio Calvesi e Paul Ginsborg (Skira).Nel 2002, su commissione dei Musei Vaticani, realizza la decorazione della volta di una delle stanze degli appartamenti papali, dipingendo due angeli reggi stemma nel vestibolo della biblioteca del pontefice.Da oltre un ventennio svolge ricerche nel campo della Storia dell’Arte, ed ha pubblicato vari saggi su importanti riviste scientifiche.Attualmente è docente di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dopo aver insegnato in varie accademie italiane.
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